<<back

...E LE ROSE PIANGONO AL TRAMONTO

la nuova raccolta di poesie di Michael Santhers

 

prefazione e immagine di copertina di Andrea Di Cesare

per info. e ordini:

www.ennepilibri.it

acquistabile anche su : INTERNETBOOKSHOP

VERSI CONCRETI COME "COSE"

Certe espressioni di tipo narrativo a volte non sono disgiunte da una interna ritmica, da un gusto del tutto musicale che, spezzate in versi, assumono la forma della poesia. Nel caso di Santhers, si potrebbe parlare a pieno diritto di “racconti in versi”, di una prosa poetica molto vicina allo stile scabro, del tutto privo di civetterie e abbellimenti, risalente a una tradizione più americana, “concreta”, che nostrana e di stampo “idealista”. Nei versi di Santhers si coglie una concretezza di situazioni, di immagini sempre aderenti al dato di realtà, se non cronachistico, che li rende rari se non unici nel panorama poetico italiano. Volendo fare una considerazione estrema, accostando due modelli storicamente e stilisticamente agli antipodi come Pascoli e il trash, Santhers potrebbe figurare in una porzione del diagramma molto vicina al trash, ma il suo lirismo, a volte inaspettato, che coglie di sorpresa, potrebbe abbassare repentinamente la lancetta verso il più classico poeta. Tuttavia la violenza, l’irruenza che a tratti deflagra nei versi di Santhers, ci fanno ricordare alcune pagine in prosa di un Burroughs, non tanto nello stile, quanto nell’apporto simbolico dato al testo: violenza, oscenità, culto della bellezza più elevata come della bruttezza più avvilente, mai gratuite, ma adatte, fatte “su misura” al narrato. Non stiamo parlando di metro o di stile. Sono cose di cui Santhers si disinteressa, pur abbondando di stile, pur avendo dello stile un suo viscerale modello. Se vogliamo affrontare il complesso discorso “Santhers” dobbiamo parlare di sentimenti primordiali, grezze emozioni, dolce e a volte ruvida musica e – se vogliamo, senza parlare di metro – ritmo interno al suo nucleo cuore-narrazione-poesia. Verso che si fa “cosa”, da vivere, rivivere, “toccare” con mano, cuore espiantato  e palpitante, fegato pulsante e pieno di secrezioni vitali. Vendetta morale e talvolta invettiva contro la società ignorante, anche in questi casi Santhers non rinuncia alla sua musicale e suadente cantilena che – nell’impeto della denuncia – lascia spazio a un senso di immensa pietà per le cose umane. I suoi racconti-poesia, abbozzi e bassorilievi, terrecotte modellate con colpi decisi di lama, sono presi dalla vita reale, dalla cronaca, sono spesso fatti realmente accaduti nel suo microcosmo molisano, espressione di un più vasto e universale consorzio di esseri umani in perenne lotta, reciproca vendetta, delitti a cielo aperto che nemmeno Dio punisce, troppo stanco di vedere certe brutture. Santhers ha rinunciato a Dio, ma crede. Se non credesse in una possibilità di riforma della società “dal basso”, non scriverebbe le sue poesie. Come un cantastorie tipico della tradizione meridionale, Santhers scandisce i fatti della sua terra, ne mette a nudo la cruda brutalità, osa strappare il pudore alle donne più timorate e perbeniste, e in questo suo “gioco” (un gioco molto serio, e se vogliamo pericoloso) pare un bambino che si diverta a tracciare oscenità sui muri. Diversamente dal bambino, che agisce del tutto inconsapevolmente, c’è in Santhers una potenza di denuncia sociale, che rende le sue “oscenità” vera poesia civile, impegno etico, prima che politico.

Vorrei concludere questa mia breve considerazione - per non essere troppo noioso - paragonando Santhers a un danzatore, un verace, forte, vigoroso ballerino che usa le parole come userebbe il suo corpo in una perenne, mai vincente, mai perdente, lotta contro gli elementi più oscuri della società.

Andrea Di Cesare

back to top
 

MICHAEL SANTHERS POETA