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Recensione a “PADRONI”, di michael-santhers

 

 

“I’ve a dream….”, Malcom X iniziava così uno dei suoi discorsi più vibranti e potenti. Il sogno della libertà, dell’affermazione della propria individualità e dignità che ci accompagna da quando nasciamo senza chiederlo e il legame ombelicale è reciso.

Ma ci sono figli e schiavi, padri e dominatori, essere umani e bestie disumane: nel titolo della poesia l’ambiguità che governa la barca su cui comunque tutti viaggiamo e, nelle viscere dei versi, il cancro che non muore mai, che corrode fino all’osso e miete vittime sulle onde di un incubo.

La metafora di riferimento, che si srotola poi in varie immagini che la estendono, si basa proprio sul doppio significato della parola “padrone”: dominatore assoluto o anche comandante di una barca. Inoltre  ha la stessa radice di “padre”.

Nella prima strofa il poeta con grève e impotente constatazione afferma l’ineluttabile e genetica esistenza del potere “tramandato” da padrone a figlio, del ruolo-mestiere di “domatore” che sopravvive- parassita sanguisuga- in questo gioco perverso grazie a coloro che davvero vivono,”sudano” e “respirano” nella paura. Il ghigno perverso è disumano, da bestie: porci maiali (”grugni”), iene (“ilarità”) e, quindi “faine”-animali predatori ma anche in senso figurato “persona brutta e malvagia”. La metafora finale della barca e dell’acqua, linfa vitale resa velenosa, inizia qui con riferimenti a elementi fluidi: “scivolare”, “sudore”, “sangue”.

La seconda strofa per associazione arriva al “cuore”: il cuore dei dominati che a singulti soffre, il cuore dei padroni senza cuore che s’infiltrano come emboli nelle vene per risucchiare nel vuoto dei loro vuoti sentimenti le forze emotive delle loro vittime, per quindi soffocarle. I padroni per poter governare la loro barca e gioire del loro sogno di potere e di soggiogamento (“per portare l’incanto agli occhi”, per rendere concreto il piacere di derubare le vittime del loro sogno di libertà) hanno bisogno di un mare di sangue: che incubo… i padroni sono dominatori di un mondo che hanno già distrutto-reso sterile dalla “lava”- e la loro libertà non è altro che un’altra catena che li inchioda alla deriva,dannati, alla loro inutile e falsa esistenza.

Bella poesia, forte di immagini ben correlate.

Un piccolo appunto per l’inserimento di “…padroni” nella prima strofa. C’è già come referente il titolo e si comprende di chi si sta parlando. Nella seconda strofa, ancora “padroni”: avrei cercato un altro termine o metafora, per evitare il richiamo perentorio di nuovo al titolo. Rivedrei anche la scelta lessicale nel verso “che su lava và”, lasciando comunque la parola “lava”.

 

 

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MICHAEL SANTHERS POETA